Un
elenco descrittivo sui vitigni autoctoni
italiani
Il presente
elenco (in continuo aggiornamento) è in ordine alfabetico,
per consultare l'elenco dei principali vitigni diffusi in
Italia suddivisi per regione cliccare
quì.
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PDF
Il termine autoctono riservato
ad un'uva significa che quel vitigno è nato e si è
sviluppato in un preciso luogo geografico adattandosi al
territorio che lo ha ospitato fin quasi a fondersi con
esso. Così come accade per i nobili casati, che vantano
alberi genealogici che affondano sicuri nei meandri del
tempo, anche l'uva autoctona per essere tale deve risiedere
nel luogo di origine da parecchi anni.
In Italia possiamo vantare un
patrimonio costituito da oltre un centinaio di uve
autoctone di consolidata tradizione, alcune molto
conosciute, altre in via di estinzione. Per fortuna i vini
prodotti con uve autoctone oggi sono di gran moda, perchè
sono ricchi di personalità e rappresentano una buona
risposta all'omologazione mondiale del
gusto.
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AGLIANICO
(Campania e
Basilicata) E' un
aristocratico vitigno rosso di origine ellenica e dà
origine al campano Taurasi e all'Aglianico del Vulture.
Molto diffuso in Basilicata,
nel Vulture. L'omonimo vino presenta un gusto secco e
robusto. Può essere anche invecchiato o spumante.
All'Aglianico viene spesso dato l'epiteto di "Barolo del
Sud".La sua
versatilità ne fa uno dei più importanti vitigni
meridionali e dai suoi grappoli hanno origine vini di
grande qualità: dai rosé vivaci, fruttati e di buona beva
ai rossi ben strutturati, morbidi e longevi. La sua
maggiore area di diffusione è rappresentata dalla Campania,
dalla Basilicata, dalla Puglia e dal Molise. Con molta
probabilità la varietà è stata portata in Italia dai coloni
greci durante l'ottavo secolo a.C. e si ritiene che il
termine Aglianico sia una variazione della parola Hellanico
o Hellenico, successivamente mutato, come suggerisce il
noto ampelografo Attilio Scienza, in Aglianico sotto la
dominazione spagnola, che durò in quella parte dell'Italia
del Sud dal secolo XV al secolo XVI.Infatti nella
parlata iberica la doppia "l" si pronuncia "gl". Un'altra
ipotesi suggerisce invece che il nome derivi dal termine
latino aglaia che significa splendore. Qualunque sia
l'etimologia, il termine Aglianico fu usato per la prima
volta in una lettera del1559, in cui Sante Lancerio,
cantiniere del papa Paolo III, descrivendo i vini d'Italia
al Cardinal Guido Ascanio Sforza, così si esprime
sull'Aglianico: "Il vino Aglianico viene dal Regno di
Napoli, dove si fa buon Greco". Andrea Bacci, medico di
Paolo III, aveva anche lui una parola o due da aggiungere
su questa varietà: "Viene preparato con uve piuttosto
secche, reso vigoroso dal rovere e conservato in ottimi
vasi.
Risulta pertanto
profumato e sapido: gradevole al gusto, piacevolissimo e
stabile, di elevato potere nutritivo, corroborante per lo
stomaco e le membra più che
aperitivo…".
ALBANA
(Emilia)
Originaria della
colline romagnole da vini secchi o amabili, tranquilli
o frizzanti. Molto probabilmente furono i Romani a portare
l'Albana in Romagna. Qualcuno infatti pensa che questa
varietà prenda il nome dai colli Albani, posti a sud di
Roma; altri ritengono che la parola derivi dal latino
albus, bianco. L'uva che si ottiene da questo vitigno è una
vera e propria fabbrica di zucchero, inoltre ha un'acidità
piuttosto alta con elevate quantità di tannini nei semi e
nelle bucce. Il vino che si
ottiene è particolarmente adatto per l'invecchiamento nel
legno. Nel 1987, l'Albana di Romagna si guadagnò la
prerogativa di essere il primo vino bianco italiano a
ricevere la docg.La zona di
produzione dell'Albana di Romagna è concentrata nelle
province di Forlì, Ravenna, Bologna e nella punta estrema
della valle del Po, tra gli Appennini e l'Adriatico. Qui il
suolo, ricco di fossili, è una mistura di creta, calcare,
marna e sabbia. Il clima è continentale, con inverni freddi
ed estati calde e secche. Sotto la doc Albana di Romagna
vengono prodotte quattro tipologie di vino: il secco,
l'amabile, il dolce e il passito. L'Albana secco tende ad
essere un bianco leggero e brioso, da bere giovane. Quello
amabile è fresco, fruttato e deliziosamente dolce ed ha una
gradazione minima di 12°, caratteristica che ritroviamo
anche nella versione dolce. Ma è il passito ad aver
ottenuto il più importante riconoscimento internazionale.
Quando viene
fatto con uve attentamente selezionate da vignaioli
esperti, l'Albana Passito è ricco, succulento e seducente.
La produzione di questo vino si può fare in due modi: si
può lasciare l'uva a maturare più a lungo direttamente
sulla vite oppure si possono raccogliere i grappoli e
metterli ad essiccare lentamente su graticci o su stuoie,
in stanze ben ventilate. La vinificazione deve essere
portata avanti in cisterne di acciaio inossidabile o in
botti. La minima gradazione alcolica di questo vino è di
15,5° e deve essere invecchiato per almeno sei mesi. La
maggior parte dei vinificatori, tuttavia, invecchiano i
loro vini da due a quattro anni. In media, vengono prodotte
annualmente meno di 200.000 bottiglie di Albana
Passito.Con l'Albana si
produce anche uno Spumante: per elaborare questo vino dolce
e vellutato (che ha una gradazione alcolica minima di 15°)
i grappoli di Albana vengono messi ad appassire per breve
tempo prima della pigiatura. Nei Colli Bolognesi, ovvero
nella zona collinare limitrofa alla città di Bologna,
l'Albana viene mescolato con il Trebbiano Romagnolo per
fare un bianco secco leggero chiamato Colli Bolognesi
Bianco.
ALBAROLA
(Liguria)
Questo vitigno
potrebbe aver avuto origine in Toscana, dove è ancora usato
come componente minore in alcuni bianchi, come il Candia
dei Colli Apuani.In Liguria è la
componente più importante dei vini delle Cinque Terre e,
sotto il nome di Bianchetta Genovese, l'uva viene
occasionalmente vinificata anche da sola. Contribuisce
anche a rafforzare altri bianchi liguri.
ALEATICO
(Campania)
Questa varietà,
molto probabilmente, è una variazione del Moscato Nero. In
Italia il vitigno venne introdotto dai Greci in tempi molto
remoti. Oggi, pur essendo diffuso in molte regioni della
penisola, viene coltivato principalmente in Toscana,
Puglia, Lazio, Campania e Sicilia, dove aggiunge una
sfumatura dolce, simile a quella del moscato, ai profumi
degli uvaggi locali. Il vitigno entra in diversi
disciplinari come componente di svariate
doc.Le più
importanti delle quali sono l'Elba Aleatico e Val di Cornia
in Toscana e l'Aleatico di Gradoli nel Lazio e le varie doc
presenti territorialmente in Puglia.
ALBARANZEULI
BIANCO (Sardegna)
Questo vitigno
sardo a bacca bianca, denominato pure Albillo ed Albicello,
ha delle omologie genetiche con l'Albanello/a marchigiano o
siciliano. Si tratta di un vitigno rustico, piuttosto
produttivo, resistente alle crittogame, in grado di dare
buoni risultati enologici soprattutto se vinificato in
uvaggio con altre varietà locali. La sua origine
è alquanto incerta, probabilmente di lontana
provenienza spagnola, è attualmente in via di estinzione.
La sua diffusione, estremamente limitata, riguarda alcuni
Comuni dell'oristanese, dove viene denominato Lacconargiu o
Lacconarzu, e qualche vecchio vigneto del nuorese. Non sono
note le caratteristiche organolettiche dei vini ricavati
dalla sua vinificazione in purezza.
ARVESIMIADU
(Sardegna)
Questo vitigno
probabilmente autoctono sardo è anch'esso a rischio di
estinzione. Conosciuto anche con il nome di Arvu Siniadu,
Argu Ingiannau o Uva Oschirese, è diffuso sporadicamente in
provincia di Sassari, talvolta in Campidano. É un vitigno
molto vigoroso con grappoli grossi ed allungati, molto
spargoli, con acini piccoli, ben adattato a terreni leggeri
di collina, preferibilmente granitici. Le sue uve vengono
esclusivamente vinificate insieme ad altri vitigni per la
produzione di vini bianchi comuni, dunque non se ne
conoscono le caratteristiche organolettiche peculiari.
ARNEIS
(Piemonte)
Sta
riconquistando importanza in Piemonte
nell’area di Alba, dopo la quasi totale
scomparsa. Questa
varietà viene coltivata in Piemonte nella provincia di
Cuneo. La più grande concentrazione di vigne si trova sulla
sponda sinistra del fiume Tanaro, nella zona del Roero. La
sua prima citazione è del 1478, dove a Canale si parla di
una vinea muscatelli et renexiy. L'Arneis viene solitamente
vinificato secco, ma alcuni produttori lo fanno anche in
una versione dolce dopo l'appassimento delle uve.
Raramente viene
usato insieme ad altre varietà locali (Favorita, Cortese)
come base per spumanti. Il nome Arneis deriva dal termine
piemontese arnèis, che sta ad indicare un personaggio
birichino. Nei tempi antichi, una fila o due di questa
varietà veniva spesso piantata nelle vigne di uva rossa
affinchè la maturazione prematura delle uve preservasse la
vendemmia delle rosse dall'attacco delle vespe.
BARBERA
(Piemonte)
Vitigno a frutto
rosso da cui si ricava il vino omonimo nativo del Piemonte,
diffuso soprattutto nell'Italia del Nord, dove dà origine a
ben 7 diverse Doc, di cui 3 in Piemonte (Barbera d'Alba,
Barbera d'Asti, Barbera del Monferrato). Contende al
Sangiovese il primato di principale uva italiana per
la produzione di vini rossi. Il barbera dà vini rossi
tannici, corposi e ricchi di acidità. Il Barbera si trova
in tutta Italia. Nella sua regione natale, il Piemonte, il
vitigno viene normalmente vinificato in purezza, mentre in
altre regioni il più delle volte è usato in
assemblaggio.Si tratta di una
varietà vigorosa che prospera in terreni sabbiosi e crete.
Tuttavia, molti produttori ritengono che possa dare
risultati estremamente eleganti su terreni ricchi di
calcare posti a latitudini temperate. A lungo considerato
come adatto per ogni evenienza, il Barbera fu usato come
vitigno da taglio, per portare in tavola vini più
beverini.La sua acidità
medio-alta, la densità del colore, i tannini medio bassi e
la sua estrema versatilità hanno fatto sì che i produttori
in passato lo elaborassero nelle più disparate versioni:
semi-spumante, novello e addirittura in bianco. La sua
prima citazione la troviamo all'inizio del VI secolo nei
catasti di Chieri e di Nizza, ma fu poi il Gallesio a
chiamarla Vitis vinifera montisferratensis per
caratterizzarla come uva tipica del Monferrato, ovvero di
quel territorio che ha per capoluogo Asti, dove il vigneto
Barbera occupa più di 20.000 ettari ad una altezza tra i
200 e i 500 metri. Il suo nome, secondo una recente
interpretazione, deriva dall'incrocio tra la parola barba,
usata per descrivere il suo complesso sistema di radici e
il termine dialettale albéra, che sta ad indicare i siti
boscosi dove le viti furono impiantate in sostituzione
degli alti alberi.
BLANC
DE MORGEX (Valle
d'Aosta) E' coltivato
fino ad una altezza di 1400 metri. Viene vinificato in
purezza e dà origine ad un vino bianco secco. Non teme la
filossera.
BRACHETTO
(Piemonte)
E'
un vitigno originario della Provenza e diffuso in Piemonte.
Si vinifica maggiormente in purezza (con lo stesso nome)
dando origine a vini rossi amabili
e frizzanti intorno ad Acqui e Asti.
Si ritiene che
il Brachetto abbia avuto origine sulle colline del
Monferrato astigiano e che già i Romani ne bevessero,
quando i centurioni arrivavano ad Acqui. Racconta poi la
leggenda che Cleopatra con questo vino irretì Giulio Cesare
prima e Marcantonio dopo, portandoli ad esaudire i suoi
desideri di potere. Vero o non vero, sta di fatto che il
fascino del Brachetto è rimasto nascosto fino al XIX
secolo, quando la moda per i vini dolci e frizzanti
raggiunse il suo apice.La richiesta di
mercato spinse i vignaioli locali a ridisegnare i loro
vigneti, ma le speranze andarono in fumo ancora una volta a
causa della phylloxera vastatrix e, quando arrivò il
momento dei reimpianti, questa varietà a scarsa
produttività lasciò il terreno a uve più
prolifiche.Tuttavia il
gusto in fatto di vini seguì una forte evoluzione e una
ventina di anni fa, con l'affermazione dei vini da dessert,
il Brachetto venne reimpiantato e si diffuse soprattutto in
Piemonte, con produzioni più modeste anche nell'Oltrepo
Pavese e nella Liguria. Le vigne più apprezzate si trovano
ora sulle colline intorno al comune di Acqui Terme e il
Brachetto di quest'area ha ricevuto la docg nel 1996 con il
nome di Brachetto d'Acqui.
Il vino, leggermente frizzante, ha una gradazione alcolica
minima di 11,5°, mentre quello spumantizzato ha una
gradazione minima di 12°. Un'area molto più ampia, che
comprende le colline delle province di Alessandria, Asti e
Cuneo, dà origine alla doc Piemonte Brachetto. Questo vino
amabile e spesso frizzante viene fatto con un minimo
dell'85% di Brachetto, ed ha una gradazione alcolica minima
di 11°. Raramente il Brachetto viene vinificato in modo da
risultare completamente secco, anche se ci sono alcuni
produttori che lo propongono in questa versione,
specialmente nel Roero. Con il suo basso livello di
tannini, una buona acidità e decisi profumi, è ideale per
la produzione di spumante.
BOMBINO
(Puglia)
Le
origini e la storia di questa varietà italiana del sud non
sono note, ma sembra sia stato introdotto in Puglia in
epoca antica. Oggi si trova principalmente in Puglia,
Basilicata, Lazio e Sardegna, dove di solito è una
componente insieme ad altre varietà rosse come Uva di
Troia, Malvasia Nera, Aglianico e Montepulciano nella
composizione di altri vini. Il grappolo del Bombino nero è
grosso e compatto e presenta due ali
pronunciate.Gli acini sono
grossi, hanno buccia spessa e consistente, di colore blu e
pruinosa. La vendemmia di questo vitigno dall abuona
vigoria avviene verso la prima metà di ottobre. È comunque
la principale varietà della doc pugliese Castel del Monte
Bombino Nero doc e può essere presente come componente nel
Castel del Monte Rosato.
BOVALE (Sardegna)
Affine per certi
versi al Mourvedre, al Morastrell ed al Minustrello della
Corsica, questo vitigno a bacca nera, detto anche
Bovaleddu, si è probabilmente differenziato nel corso dei
secoli dal Bovale Grande, o Bovale di Spagna. Dal punto di
vista ampelografico, esso si caratterizza per una
produttività elevata, una buona adattabilità a diversi
climi e ambienti ed una media tolleranza alle principali
crittogame. Solitamente vinificato insieme ad altre varietà
locali, alle quali apporta colore, acidità e corpo, esso
entra nella produzione della DOC Mandrolisai, prodotto
nelle province di Nuoro e di Oristano, e Campidano di
Terralba, prodotto nelle province di Cagliari e di
Oristano.
CADDIU
(Sardegna)
Conosciuto con
altri nomi, tra cui Caddu a Bosa, Niedda Perda Sarda a
Terralba e Caddiu Nieddu a Oristano, esso è diffuso quasi
esclusivamente nella Bassa Valle del Tirso, consociato ad
altre varietà a bacca nera. É una varietà molto vigorosa,
mediamente produttiva, con una discreta resistenza ai
freddi invernali ed alle crittogame. Le sue uve vengono
utilizzate solo assieme ad altri vitigni per la produzione
di vini rossi comuni, ma anche quale uva da tavola, data la
consistenza e la dimensione degli acini.
CAGNULARI
(Sardegna)
Vitigno a bacca
rossa di probabile origine spagnola, è diffuso soprattutto
nel sassarese. In Gallura viene chiamato a volte
"Caldareddhu". Deriva con tutta probabilità dal Bovale di
Spagna, sebbene per molti caratteri sia confrontabile con
il Mourvedre. Viene coltivato soprattutto nei terreni di
Usini, con interessanti realtà dedicate a questo vitigno
anche nei comuni di Ossi, Tissi, Uri, Ittiri, Sorso ed
Alghero. É un vitigno utilizzato come vino da taglio per
contribuire alla produzione di un vino rosso da
pasto.
CANAIOLO
(Toscana)
Vitigno bianco e
nero. Ha origini antiche. Un tempo molto diffuso oggi è in
declino per l'agguerrita concorrenza del Sangiovese.
CANNONAU
(Sardegna)
Le
origini e la provenienza del vitigno Cannonau non sono
conosciute con certezza assoluta, ma tutti sono concordi ad
ipotizzarne la comparsa in Sardegna, proveniente dalla
penisola iberica fin dall'inizio della dominazione spagnola
sull'isola. Comunque stiano le cose, il Cannonau ha di
fatto trovato in Sardegna un habitat ideale, godendo
l'immediato favore dei viticoltori locali che lo hanno
diffuso praticamente in ogni angolo dell'isola, fino a
fargli ricoprire circa il 20% di tutta la superficie vitata
del territorio. Il Cannonau viene usato nella produzione di
rossi, rosé e di vini a sostenuta gradazione alcolica. La
zona DOC del Cannonau di Sardegna comprende l'intera
regione, che a sua volta è divisa in tre sottozone: Oliena
(incentrata sui comuni di Oliena e Orgosolo in provincia di
Nuoro), Capo Ferrato (che include i comuni di Castiadas,
Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimius in provincia
di Cagliari) e Jerzu (incentrato sui comuni di Jerzu e
Cardedu in provincia di Nuoro.
CARICAGIOLA
(Sardegna)
Di
origine incerta, questo vitigno a uva rossa è diffuso quasi
esclusivamente in Gallura. Secondo alcuni sarebbe
autoctono, secondo altri proveniente dalla vicina Corsica
(dove viene chiamato Bonifaccencu o Carcaghjolu Nero,
ovvero "nero che dà molta uva"); secondo altri ancora
deriverebbe dal Vermentino Nero toscano o sarebbe
imparentato con il Mourvedre Nero o Bonvedro portoghese. Di
costituzione vigorosa ed elevata produttività, rustico,
preferisce terreni di natura silicea, dove da luogo a vini
di colore rosso rubino acceso, con aroma di frutti rossi,
ricco di tannini, di acidità contenuta.
CARIGNANO
DEL SULCIS (Sardegna)
Ancora una volta
ci troviamo di fronte ad un vitigno di origine incerta. La
tesi più accreditata, basata sull'analisi dei suoi numerosi
sinonimi dialettali, lo vuole proveniente da occidente,
probabilmente dall'Aragona, in Spagna, da dove si diffuse,
assumendo via via nomi diversi, dal sud della Francia fino
all'Algeria ed alla Tunisia. In Sardegna si sarebbe
concentrato nella zona sud-occidentale grazie alla sua
resistenza ai venti ricchi di salsedine provenienti dal
mare. Dalla sua trasformazione si ottengono dei
gradevolissimi vini da pasto, capaci di vivere con successo
una propria vita commerciale.
CASETTA
(Trentino e
Veneto) Vuole la
leggenda che questa varietà abbia avuto origine nella
piccola valle di San Valentino in Trentino, per poi
diffondersi nella parallela valle Lagarina. Oggi, è
coltivata nelle province di Trento e di Verona. Il Casetta,
che prende il nome da una famiglia che viveva nella
frazione di Marani, era quasi scomparso nel 1990 quando
Albino Armani (titolare dell'omonima azienda) e Tiziano
Tomasi (la cui azienda di famiglia è la Cà Da Lora) diedero
vita ad un progetto per lo studio di questa varietà, da
portare avanti con l'Istituto Agrario di San Michele
all'Adige, dove Tomasi operava come ricercatore. Il Casetta
è ricco di polifenoli, ha una pronunciata acidità e tannini
relativamente alti. I vini a base di Casetta possono
tranquillamente continuare ad evolversi per dieci anni e
più. "Questo non è un vino moderno", ci avverte Tomasi....
Il colore è rubino molto concentrato nentre al naso
presenta tracce di catrame e note terrose minerali. In
bocca possiede tannini decisi e sabbiosi associati ad un
notevole acidità e a note erbacee con sentori di prugna,
lampone e ciliegia.
CARRICANTE
(Sicilia)
Il
Carricante è un vitigno autoctono a bacca bianca che fino
al secolo scorso era coltivato in tutta l'isola, poi, la
tendenza a produrre vini più colorati, alcolici e
strutturati ha spinto i produttori a ridurne l'utilizzo e
oggi si coltiva quasi esclusivamente alle quote più alte
della regione etnea e in piccolissime quantità, consociato
con altri vitigni, nel calatino e nel
ragusano.Il nome
Carricante pare gli sia stato attribuito dai viticoltori di
Viagrande (Ct) che diverse centinaia d’anni fa lo
hanno selezionato ed è legato all'abbondante produzione
(riempiva il carro). Ha foglia media, sub-orbicolare o
pentagonale, trilobata o pentalobata; grappolo medio,
conico, semplice o con un'ala, semi-spargolo o spargolo;
acino medio, sub-ellissoidale, con buccia ricoperta di
abbondante pruina e consistente, di colore verde giallastro
con sfumature verdi-biancastre; la polpa ha sapore semplice
e dolce. Predilige sistemi di allevamento di scarsa
espansione, con potatura corta e povera. Ha produzione
abbondante e costante. E' sensibile alle brinate
primaverili e alla siccità, che provoca a volte scottatura
sui grappoli non protetti. Tollera poco le malattie
crittogamiche. Questo vitigno entra nella costituzione
dell’Etna Bianco.
È un vitigno a
maturazione tardiva che coltivato ad alberello ed
opportunamente vinificato dá origine a grandi vini bianchi
d’inaspettata durata, in cui predominano sensazioni
olfattive di mela, zagara, anice, insieme ad un tipico
gradevole nerbo acido al gusto che gli conferisce struttura
e longevità.
CATARRATTO (Sicilia)
Antico vitigno
bianco della Sicilia, è presente maggiormente nella zona di
Trapani. Entra a far parte dell'Alcamo Doc ed è la base per
Marsala e Vermouth. Questo
antico vitigno è una delle varietà più coltivate in Sicilia
dove è conosciuto da tempo memorabile e serve per
aggiungere corpo e alcol a molti bianchi locali. Il nome
significa abbondanza e la sua produzione nell'isola è tale
da collocare quest'uva a bacca bianca tra le prime sei al
mondo.
Prima dell'introduzione del vitigno Grillo, il Catarratto
veniva usato da solo o con l'Inzolia nella preparazione del
Marsala. Ci sono due importanti sottovarietà. Il Catarratto
comune, che viene abbondantemente coltivato nell'area di
Trapani, ha un alto contenuto zuccherino ed è perciò più
adatto per la produzione del Marsala. Il Catarratto lucido,
che ha un più basso livello zuccherino, è più diffuso nella
zona di Alcamo.
CESANESE
(Lazio)
È un
vitigno storico nato in tempi antichi sulle colline che
circondano Roma. Ci sono due biotipi principali di
Cesanese: quello comune e quello di Affile. Come implicito
nei nomi stessi, il Cesanese comune si trova in vari posti
del Lazio, mentre la produzione del Cesanese di Affile è
limitata alla provincia di Roma e, in prevalenza, al comune
omonimo.
Sono tre i vini
a DOC che hanno come base questi biotipi: il Cesanese del
Piglio, il Cesanese di Affile e il Cesanese di Olevano
Romano. Le zone di produzione sono unite tra di loro e si
trovano ad est della zona dei Castelli Romani. Questi vini
possono essere vinificati secchi o dolci e possono essere
fatti in versioni ferma e spumantizzata.
CIGLIEGIOLO (Toscana)
Questa varietà
fu probabilmente introdotta in Italia dalla Spagna al
seguito dei pellegrini che ritornavano da Santiago de
Compostela.Il nome deriva
dall'aroma e dal colore ciliegia che sono caratteristici
dell'uva. Questo vitigno è soprattutto coltivato nel sud
della Toscana dove riesce a dare vini interessanti. La sua
bassa acidità lo rende adatto ad arrotondare altri vini che
necessitano di morbidezza. Può invecchiare bene. A volte
viene usato nei vini novelli toscani.
CODA DI VOLPE (Campania)
E'
un vitigno noto sin dal tempo dei
Romani: è usato in Campania nella preparazione del Bianco
del Vesuvio doc ed entra anche nella vinificazione del
Greco di Tufo. Si tratta di un'antica varietà della
Campania il cui nome deriva dal fatto che la piega apicale
del grappolo, piuttosto ricurva, a qualcuno fa venire in
mente la coda di una volpe. In Campania si producono due
tipologie di Coda di Volpe. La prima si trova nella zona
del Sannio in provincia di Benevento. Qui il Coda di Volpe
è il vitigno più importante per un vino fermo, secco, che
viene anche prodotto nella versione spumante dolce e come
vino da dessert da grappoli leggermente appassiti. In
questo caso il Coda di Volpe ha una gradazione minima di
14,5 gradi. La seconda tipologia, che si trova nel Taburno,
sempre in provincia di Benevento, è situata sulle fresche
colline poste a ridosso del Sannio. Il suolo è argilloso su
strati di pietra calcarea vulcanica. Il Coda di Volpe del
Taburno è un vino secco e fermo, fatto con almeno l'85% del
vitigno omonimo. In questa zona, viene anche prodotto uno
spumante gustoso e di buona beva, fatto con Coda di Volpe
e/o Falanghina.
Il Coda di Volpe
è anche coltivato sui pendii del Vesuvio, il vulcano attivo
che sovrasta la baia di Napoli; qui il vitigno viene
chiamato "caprettone" o "crapettone" e dà il suo contributo
alla doc Vesuvio bianco. Questa varietà è anche presente
nella composizione delle doc: Campi Flegrei Bianco, Greco
di Tufo e Solopaca Bianco.
COLORINO
(Toscana)
Il
Colorino è l'evoluzione di una vite toscana selvatica che
viene ancora coltivata soprattutto in questa regione, in
particolar modo nelle province di Firenze, Siena, Arezzo e
Pistoia. Il vitigno si può anche trovare, con minore
diffusione, in Umbria, nelle Marche, nel Lazio e in
Liguria. Come si può facilmente dedurre dal nome, il
Colorino veniva tradizionalmente usato per aggiungere un
colore più carico a vari vini provenienti da altri
vitigni.Ora, alcuni
produttori hanno iniziato a fare sperimentazioni con questa
varietà che potrebbe, in futuro, giocare un ruolo più
grande nella composizione di vini.
CORTESE (Piemonte)
I
più famosi vini bianchi del Piemonte, in particolare il
Gavi, derivano da questa varietà autoctona (si trova anche
in Lombardia). Si ritiene che
il Cortese abbia avuto origine sulle colline piemontesi di
Tortona e di Alessandria. Da qui successivamente si diffuse
nell'Oltrepo Pavese e poi nei vigneti intorno al Lago di
Garda. Il vino che si ottiene dalle uve di questo vitigno
ha un'alta concentrazione di zucchero, un'acidità
considerevole e un tasso alcolico relativamente basso. I
Cortese migliori sono morbidi e con tenui profumi.
CORVINA
(Veneto)
E’ il
vitigno che dà origine soprattutto al
Valpolicella e all’Amarone. Ha colore intenso, ricco
di frutto, è tannico. Questa varietà sembra esprimersi al
meglio sulle colline venete dove dà origine alle due doc
più affermate: il Bardolino e il Valpolicella. Ogni anno,
in queste zone, sono sempre più numerosi i produttori che
vinificano la Corvina in purezza. In generale la Corvina è
la componente primaria in assemblaggio con altri vitigni
dei più famosi vini della zona. I suoi partner principali
sono il Rondinella e il Molinara, con l'opzione di
aggiungere piccole percentuali di altre uve scelte tra una
vasta schiera di varietà (tra cui Barbera, Sangiovese e
Cabernet).La Corvina
regala affascinanti e gustosi rosé, rossi dal corpo medio,
deliziosi vini da dessert e soprattutto il ricco e possente
Amarone.
CORVINONE
(Veneto)
Per
decenni questo vitigno è stato ritenuto un biotipo del
Corvina, ma nel 1993 un test del DNA ha dimostrato che si
tratta di una varietà autonoma. Quando il Corvinone viene
coltivato in vallate basse o in pianura produce grandi
raccolti e i suoi acini larghi assorbono e trattengono
l'acqua. Queste non sono le caratteristiche di un buon
vitigno da vino; tuttavia, se il Corvinone è piantato nelle
vigne di collina su di un suolo scarno e quando le rese
vengono severamente controllate, si possono produrre vini
decisamente fruttati e vellutati. Questa varietà ha la
buccia spessa, un requisito essenziale in un'uva destinata
all'appassimento.
CROATINA
(Lombardia)
Il
vitigno pare sia originario dell'Oltrepo Pavese, noto fin
dal Medioevo. La sua resistenza all'oidio gli ha fatto
guadagnare terreno alla fine del XIX secolo. Oggi, viene
coltivato per la maggior parte in Lombardia (nella zona
dell'Oltrepo Pavese appunto) e in Piemonte (soprattutto
nelle province di Vercelli e Novara ed in misura minore in
quella di Alessandria e nel territorio posto a cavallo tra
Asti e il Roero dove dà origine ad una recente doc (il
"Cisterna d'Asti") e in Emilia-Romagna (nella zona della
doc Colli Piacentini).Nell'Oltrepo
Pavese, nei Colli Piacentini e nel Roero questa varietà
viene a volte chiamata Bonarda. Questo crea confusioni
infinite per gli amanti del vino italiano, dal momento che
la Bonarda è una varietà ben distinta. Nell'Oltrepo Pavese
la Croatina, insieme a Uva Rara, Barbera, Vespolina e Pinot
Nero, gioca un ruolo nella composizione dei rossi e rosé
Buttafuoco e Sangue di Giuda.La Croatina è
anche il vitigno più importante nella composisizione
dell'Oltrepo Pavese Bonarda, che è spesso leggermente
frizzante e simile al Lambrusco. Nei Colli Piacentini la
Croatina viene mescolata al Barbera per fare un vino di
corpo pieno chiamato Gutturnio, ed è l'unica componente
della doc Colli Piacentini Bonarda.
DOLCETTO
(Piemonte)
Presente
sin
dal 1300 nelle Langhe, viene vinificato in molti vini tra
cui il Barbera del Monferrato, il Dolcetto d'Acqui, il
Dolcetto di Ovada ed il Dolcetto d'Asti. Dà vini rossi
asciutti (contrariamente al nome), morbidi, gradevoli,
profumati. Qualcuno ritiene che il Dolcetto abbia avuto
origine sulle colline del Monferrato. Proprio qui troviamo
la prima citazione in una commedia astigiana dove una
fantesca, tra le altre cose, chiede in cambio delle sue
prestazioni un "dossèt" di Mongardino.Altri sono
dell'opinione che il suo terreno di nascita sia stato la
Liguria e che si sia fatto strada in Piemonte durante i
numerosi scambi commerciali interregionali che hanno avuto
luogo nel Medioevo.Al di là delle
sue origini, la zona di produzione di questa varietà è
tuttora limitata al Piemonte e alle regioni confinanti
della Liguria e della Valle d'Aosta. Il nome "Dolcetto",
può portare confusione: infatti il vino non è dolce. Dolci
sono invece gli acini che un tempo servivano addirittura
per la cura dell'uva.Il Dolcetto
coltivato in montagna e in alta collina tende a produrre
vini eleganti e delicatamente profumati, mentre il Dolcetto
della pianura tende ad essere più robusto e ad avere una
gradazione leggermente più alta. In genere i Dolcetto sono
vini freschi, fruttati e fatti per essere bevuti tra i due
e i quattro anni dalla vendemmia. Alcuni produttori,
tuttavia, scelgono di fare vini più concentrati e adatti
all'invecchiamento.
DURELLO
(Veneto)
La
zona dove si coltiva il vitigno Durello ha un’antica
storia viticola in quanto proprio nel comune di Vestenanova
, a Bolca nell’alta valle dell’Alpone , si sono
ritrovate le prime ampelidee fossili che si considerano le
antenate delle attuali viti. Per quanto riguarda le origini
del vitigno si segnala, come già in precedenza accennato,
che già nello statuto della Comunità di Costozza, nel 1292,
si menzionò unitamente alla varadua, alla drumasta ed alla
sclava, la durasena cha si ritiene l’attuale
Durello.Il Durello
secondo alcuni studiosi, non è altro che l’antico
"occhio di pernice" già nominato da Aureliano Acanti nel
suo ditirambo "Il Roccolo" fin dal 1754. Il Maccà nella sua
" storia del territorio vicentino" confermò quanto già
scrisse l’Acanti. Invece secondo Heman Goethe (1876)
il Durello sarebbe il sinonimo di "nosiola" ma tale
identità è contestata da altri autori. Il Rovasenda (1877)
citò l’ "occhio bianco" dei colli di Conegliano come
sinonimo di "Durello" ma ciò non ha trovato altre conferme.
Il Conte Giulio
da Schio nel suo volumetto sull'Enologia e viticoltura
della provincia di Vicenza" (1905) affermò che sulle
colline di Arzignano il Durello era il più diffuso e che lo
stesso dava "uve zuccherine". Il Perz, nella sua monografi
apparsa all’inizio del secolo sull’ampia
raccolta di documentazioni del Soriani Moretti, indico che
la "Durella" o "durola bianca" era coltivata a Roncà ed in
altri comuni e che tale vitigno si era diffuso
nell’estremo lembo orientale della provincia veronese
(in particolare nella zona di Roncà) provenendo, con tutta
probabilità, dall’attiguo territorio di Arzignano (in
provincia di Vicenza).
Il Molon nella sua "Ampelografia" (Hoepli, 1916) descrisse
ancora la Durella col nome di "nosiola" mentre il Marzotto
nela sua pubblicazione "Uve da vino" (1925) indica, come
sinonimi della "Durella bianca" la "Durella di Chiampo" e
la "Durella di Arzignano" segnalando che quest’ultima
venne anche erroneamente designata come "nosiola". Secondo
questo autore "la Durella dà uva molto ricercata per il
taglio di uve grasse di pianura contenendo l’acido
tannico necessario a chiarire ed a dare vivacità ai vini
deboli e ricchi di mucillagini". Inoltre sempre secondo
Marzotto l’ "uva Durella" può ben maturare su terreni
ben esposti ed asciutti, anche di piano, dando un vino
buono, limpido, secco, di sapore dolce-acidulo che migliora
molto con l’invecchiamento ed è molto serbevole".
Dilani nella sua memoria "zona del Bianco e del Rosso dei
Colli Berici", in accordo con altri sperimentatori, segnalò
che la coltivazione della "Durella" in pianura si doveva
assolutamente proscrivere mentre era da adottare nelle zone
collinari e particolarmente in quelle con terreni di
origine vulcanica. Infine nella pubblicazione del 1960
"Vitigni da Vino", del Ministero Agricoltura e Foreste,
Cosmo e Polsinelli identificano la Durella con "rabiosa"
delle colline asolane nonché con la "cagnina" delle parti
più elevate delle colline a ponente di Schio, che però non
avrebbe nulla a che fare con la "cagnina romagnola" anche
perché quest’ultima è a frutto
nero.Il vino Durello,
nei primi decenni di questo secolo si vinificava con
macerazione delle parti solide e quindi oltre che acidulo,
(aspro), si presentava, intensamente colorato e tannico
(astringente). Tale prodotto , alquanto rustico, si
prestava molto bene, secondo la richiesta di quel tempo, di
consumarsi allungato con acqua, oppure di utilizzarsi come
vino da taglio, per aumentare il tenore acido di altri
vini.Verso gli anni
sessanta si passò decisamente alla vinificazione "in
bianco", ottenendo un prodotto-base molto gradevole ed
ottimale per la preparazione dello spumante. Le prime
aziende produttrici di "durello spumante" apparvero infatti
verso la fine di questo decennio. L’approvazione
della denominazione di origine controllata, che ha avuto un
lungo e tormentato curriculum, si è avuta solamente con il
D.P.R. 25/06/87.
ERBALUCE (Piemonte)
L'Erbaluce, noto
ai tempi dei romani come Alba Lux (luce dell'aurora), è un
antico vitigno piemontese. Alcune fonti ritengono che si
possa trattare di una variante del Fiano, portata in
Piemonte dai Romani. Altri credono che sia originaria della
zona prealpina del Canavese. Il suo alto livello di acidità
e la sua fragranza aromatica ne fanno una buona varietà sia
per la produzione di spumanti che per
l'appassimento.L'Erbaluce è la
componente primaria di uno dei vini bianchi più fruttati e
gradevoli del Piemonte, la doc Erbaluce di Caluso o Caluso.
La zona di produzione è limitata ad un piccolo territorio
disteso intorno al comune di Caluso in provincia di Torino.
La versione ferma ha una fine e gradevole fragranza, ma un
bicchiere di spumante Erbaluce è un delizioso aperitivo o,
se centellinato nel pomeriggio sgranocchiando qualcosa, una
buona alternativa al tè delle cinque. Questi vini sono da
bere giovani, per godere in pieno della loro fresca
attrattiva.
Il Caluso
Passito, delizioso vino da dessert, è forse il prodotto più
noto della zona. I grappoli scelti per la sua produzione
vengono lasciati ad appassire fino a Febbraio o Marzo. A
questo punto, i livelli dello zucchero sono molto alti e la
successiva fermentazione può durare circa un mese.
Il vino viene quindi invecchiato in botti di rovere per
quattro anni prima di essere immesso sul mercato. Da circa
100 chili di grappoli freschi si possono ottenere 30 litri
di Passito di Caluso. Ogni anno vengono prodotte da 25.000
a 30.000 bottiglie. Con una gradazione minima di 13,5° e la
sua ricchezza di profumo, questo vino può continuare ad
evolversi senza problemi per dieci o più anni. Il "Passito
di Caluso liquoroso", anch'esso prodotto in zona è un vino
che prevede l'aggiunta di mistella e si presenta con una
gradazione di 17°. L'Erbaluce è anche l'unica uva presente
nella doc Canavese Bianco, la cui zona di produzione si
trova principalmente in provincia di Torino. Questo vino è
secco e ha una gradazione minima di 10°. Tuttavia, alcuni,
come il fragrante e fruttato Canavese Bianco del Castello
di Loranzè di Ferrando, possono arrivare a 13°. Lo stesso
vitigno concorre al 100% nelle doc Coste della Sesia Bianco
e Colline Novaresi Bianco.
FALANGHINA (Campania)
Questo vitigno
bianco tipico della Campania
è famoso per entrare nella vinificazione di tutti i
maggiori vini bianchi della regione. In aggiunta ad altre
uve, forma vini bianchi dal profumo vinoso e gradevole e
dal sapore asciutto e sapido. La Falangina si trova
soprattutto in Campania. Molti ritengono che sia stata una
componente del Falerno, il pregiato vino campano che
bevevano gli antichi Romani. Le sue fortune, tuttavia, si
sono affievolite con il passare del tempo. Ebbe a patire
durante l'epidemia di fillossera agli inizi del XX secolo e
continuò a perdere terreno dopo le due guerre mondiali,
quando molte delle sue vigne furono
abbandonate.Il merito della
sua riscoperta e la sua tutela dall'estinzione va in gran
parte attribuito all'avvocato Francesco Avallone. Il suo
profondo interesse per la storia fu determinante
nell'indurlo a cercare i vini che bevevano gli antichi
romani. Così nel 1963 fondò il podere Villa Matilde con
l'esplicito proposito di ridare vita ad antiche varietà
della zona di Falerno. Dice Maria Ida Avallone: "Mio padre,
uno studioso della Legge Romana, ha sempre avuto una
passione per la storia della nostra zona. E non poteva
sopportare l'idea che questo grande vino, un tempo esaltato
da poeti e intenditori, andasse
perduto".
FAVORITA
(Piemonte)
La
prima citazione di questo vino risale al 1676 e rimanda
agli inventari dei Conti Roero. La sua origine è però da
ricercarsi nell'usanza dei mercanti di olio liguri di
accompagnare il loro commercio con il dono di barbatelle.
Il Favorita è un biotipo del Vermentino. Coltivato da
sempre nell'Albese e in particolare nel Roero, il vitigno
dà un'uva da tavola prediletta per la mensa, da qui il suo
nome di uva "favorita".
Come vino secco
ha storia recente e deve le sue fortune soprattutto ad
alcuni produttori di Langa e di Roero che propongono questo
vino in modo interessante.
FIANO (Campania)
Chiamato
"Apianum" dagli antichi Romani,
dà l’elegante e raffinato Fiano di Avellino. Questa
antica varietà del Sud-Italia ha avuto origine nell'area
intorno a Lapia, un borgo situato sulle colline a est di
Avellino. La struttura del vino che si ottiene lo rende
adatto ad un considerevole invecchiamento e le uve sono
adatte all'appassimento. Come molte varietà di vitigni che
si caratterizzano per la qualità e per la bassa
produttività, anche il Fiano stava per estinguersi.
Fortunatamente per gli amanti del vino il dr. Antonio
Mastroberardino, che ha una passione per la storia e per la
cultura della vite, nei primi anni '70 intervenne per
salvarlo. Ci sono diverse varietà di Fiano in Campania. La
più nota è il Fiano di Avellino. Piccole quantità di Greco,
di Coda di Volpe e di Trebbiano possono essere aggiunte per
comporre questo bianco secco. C'è poi il Fiano di Sannio,
la cui zona di produzione si trova in provincia di
Benevento. Questo vino viene prodotto nelle versioni ferma
e secca e in quella spumante, che può essere "demisec" o
solo dolce.
Il Fiano è
presente nelle doc della Campania: Cilento Bianco, Penisola
Sorrentina Bianco e Vesuvio Bianco. In Puglia è una delle
componenti del Gravina, la cui zona di produzione si trova
in provincia di Bari. Questo vino può essere secco o
semidolce, fermo o spumante.
FUMIN (Valle
d'Aosta) Il Fumin è
originario della Valle d'Aosta. Fino a pochi anni fa,
veniva usato per dare colore e acidità a vini di pronta
beva. Adesso sta ottenendo i riconoscimenti e l'interesse
che merita. È stato il padre di Costantino Charrère che,
negli anni '70, ha vinificato per primo questa varietà da
sola.L'idea era
piuttosto controversa a quel tempo, dato che le vigne in
Valle d'Aosta venivano generalmente impiantate con un
variegato assortimento di vitigni, tanto che il concetto di
un vino proveniente da un'unica varietà era pressoché
impensabile. Inoltre, il Fumin è un vitigno molto sensibile
alle variazioni del microclima, il che comporta che i siti
delle vigne vengano selezionati con
cura.Questa
varietà ha una spiccata predisposizione all'affinamento in
legno e questo offre un potenziale sicuro per produrre vini
atti a soddisfare il gusto internazionale. I vini a base di
Fumin non vanno assolutamente bevuti giovani, ma
necessitano di almeno due anni di maturazione. Le uve di
Fumin sono la principale componente della doc (90%)
valdostana Valle d'Aosta Fumin. Le stesse uve sono presenti
in altri rossi della regione.
FRANCONIA (Friuli)
Questo vitigno è
di origine austriaca. Gli alti raccolti e la resistenza
alle malattie ne hanno fatto un ideale vitigno di rimpiazzo
dopo il passaggio distruttivo della fillossera nelle vigne
d'Europa.Per la sua ampia
produttività e per la sua tolleranza alle malattie, venne
impiantato in Francia, Germania, Slovenia e nelle regioni
italiane del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e della
Lombardia, in particolare sulle colline della bergamasca.
In Italia, fino agli anni '50, il vitigno Franconia era
noto come Blaufränkisch o Limberger.Il nome
Franconia deriva appunto da frankisch, termine medievale
usato per designare gli stranieri che parlavano tedesco. La
coltivazione in Italia fu per la prima volta documentata
nel 1877 nella provincia di Venezia ed è certo che la sua
diffusione in Italia del Nord ebbe seguito soprattutto
durante la dominazione austriaca. I viticoltori lo hanno
sempre tenuto in gran conto nei loro vigneti grazie alla
sua elevata produttività, alle buone caratteristiche di
colore e di alcolicità, che apporta in diversi uvaggi, alla
buona resistenza alle malattie e alla resistenza ai freddi
invernali.
FRAPPATO
(Sicilia)
Questa varietà
indigena può aver avuto origine nelle provincie di Siracusa
e Ragusa in Sicilia. C'è chi pensa invece che il vitigno
sia arrivato dalla Spagna.E' molto diffusa
in Sicilia, ed in particolare nell'area di Vittoria. Ha
foglia media, pentagonale, glabra e di colore verde
intenso; grappolo lungo, serrato, in molti casi
serratissimo, al punto che quando gli acini giungono a
maturazione possono rompersi con una certa facilità ed
essere soggetti al marciume; può presentare una o due ali;
acino medio, quasi rotondo, con buccia grigio bluastra o
rossastra. L'uva può essere vinificata da sola o con altre
varietà siciliane come il Nero d'Avola e da origine sia a
vini freschi e fruttati che a prodotti decisamente
importanti e strutturati.
FREISA (Piemonte)
In
passato era una delle varietà più importanti del Piemonte
ed era ampiamente impiantata in Lombardia e Veneto. Adesso
è praticamente limitata alle zone di Asti, di Casale nel
Monferrato, di Chieri, di Alba e in piccole quantità sulle
colline di Pinerolo.Ne risulta un
vino fresco e fruttato, che oggi viene vinificato secco, ma
che in passato era preferibilmente elaborato dolce o in una
versione spumantizzata. Alcuni produttori stanno
sperimentando vinificazioni del Freisa che prevedono un
affinamento di medio periodo nel legno e i risultati
appaiono eccellenti. Infatti l'invecchiamento in botte
concentra le note della frutta e frena la naturale
esuberanza che è tipica di questa varietà. Entrambe le
soluzioni, ovvero la vinificazione tradizionale e quella in
via di sperimentazione, appaiono valide, anche se a nostro
avviso appare più autentica la versione più tradizionale,
ricca di frutta. Il Freisa viene anche usato in piccole
quantità per aggiungere aroma ad altri rossi del
Piemonte.
GAGLIOPPO (Calabria)
Base
della maggior parte dei
vini rossi di Calabria, ed in particolare del Cirò. Il
vitigno Gaglioppo è la varietà più impiantata in Calabria
dove è una delle componenti di tutti i rossi a doc della
regione. Il Gaglioppo si trova in quantità limitata anche
nelle Marche, in Campania, in Umbria e in Sicilia.
Molto probabilmente il Gaglioppo arrivò sulla costa Jonica
della Calabria con i primi coloni greci. Con le sue uve si
produce la doc più nota, ovvero il Cirò Rosso, la cui area
di produzione è incentrata intorno alla deliziosa cittadina
di Cirò Marina, situata sulla costa vicino a Punta Alice,
un promontorio posto a sud del Golfo di Taranto. La sua
collocazione tra il mare e le montagne della Sila crea
estreme differenze di temperatura tra il giorno e la notte.
Questo fa sì che i grappoli maturino lentamente,
raggiungendo in tal modo il pieno sviluppo degli aromi e
del gusto. Al tempo dei Greci, i vini di questa zona erano
così apprezzati da essere dati in premio ai vincitori dei
Giochi Olimpici. Oggi il Cirò Rosso è fatto con il 95% da
uve Gaglioppo, con l'opzione di poter aggiungere un 5% di
Trebbiano Toscano e/o Greco Bianco. Il vino deve essere
invecchiato per almeno 8 mesi e avere una gradazione minima
di 12,5°. Sull'etichetta può essere aggiunta la dicitura
"classico", quando l'uva usata per fare il vino si trova
nei comuni di Cirò e Cirò Marina. Entrambe le versioni
rossa e rosé di Cirò Classico possono essere etichettate
"superiore" se hanno una gradazione minima di 13,5°. Quando
il vino è stato invecchiato per almeno due anni, può essere
chiamato "riserva".Il Cirò Rosato,
quando è vinificato bene ha il colore del succo delle
arance sanguigne. I suoi aromi sono ampi ed eleganti e sul
palato si riscontrano tracce minerali e di fragole
ghiacciate. Per quanto riguarda gli altri vini rossi e rosé
della regione calabra, il Gaglioppo viene mescolato a molte
altre varietà bianche e rosse, tra cui il Greco Nero, il
Nerello Cappuccio, la Malvasia Nera, il Malvasia Bianco e
il Greco.
GAMBA
DI PERNICE (Piemonte)
Nel
prezioso scrigno degli antichi vitigni autoctoni
piemontesi, si trova il raro "Gamba di Pernice", che deve
il suo curioso nome al fatto che il raspo, prima
dell’inizio dell’invaiatura (colorazione dei
grappoli che precede la maturazione) è di un colore rosso
vivo che ricorda anche nella forma le zampette delle
pernici, che in quel periodo popolano i vigneti. Questo
vitigno, ancora presente su "piede franco" anche dopo il
disastro provocato tra fine Ottocento e primi del Novecento
dalla filossera che ne fece sparire molti altri, è stato
salvato dall’oblio grazie alla caparbietà di alcuni
giovani viticoltori, che lo hanno riscoperto e reimpiantato
nella zona di produzione che interessa i comuni di Calosso
d’Asti, Costigliole d’Asti e Canelli nel sud
Astigiano. Territori ad alta vocazione vitivinicola, per
altro molto noti per la qualità produttiva espressa con
vitigni importanti come Barbera e Moscato. Sei vignaioli di
questi comuni, già conosciuti ed apprezzati produttori sia
di Barbera che di Moscato, si sono uniti recentemente nel
Comitato di recupero e valorizzazione de "Gamba di Pernice"
e dell’omonimo vino rosso che ne deriva. Si sono
attivati insieme anche per la promozione e non è escluso
che in futuro questo vino, per ora rarissimo quanto unico
nel suo genere, possa ottenere una doc specifica.
Dal bel colore
rosso granato mediamente carico, il "Gamba di Pernice" è un
vino molto particolare all’esame olfattivo, connotato
da intensi aromi speziati e balsamici che ricordano il pepe
verde ed altre essenze orientali, con un fruttato che si
esprime prevalentemente negli aromi di confettura e di
ciliegia sotto spirito. Al gusto questo vino risulta
particolarmente affascinante, con pronunciate note di
goudron su fondo di uva appassita e con beva asciutta, sino
ad un finale fortemente minerale, con il ritorno delle
sensazioni speziate avvertite al naso. La gradazione
alcolica è attorno ai 12,5% vol. Il carattere speziato di
questo vino impone l’abbinamento a piatti fini ed
aromatici di cui è ricca la cucina piemontese e non solo.
Particolarmente indicato per acocmpagnare un piazzo
classico e storico come la Finanziera, è ottimo con gli
agnolotti al plin, selvaggina di piuma e formaggi. Si
consuma normalmente entro 2-3 anni dalla produzione, ma si
è potuto constatare che col passare del tempo evidenzia
sempre più la sua particolare nota speziata, sopportando
tranquillamente i 10-12 anni di invecchiamento.
GARGANEGA (Veneto)
Vitigno
fondamentale del Soave, è coltivato soprattutto in
Veneto. Si pensa che
il Garganega abbia origini greche. Anche se si trova con
sacche isolate in quasi tutte le regioni d'Italia, produce
i suoi migliori risultati nelle province venete di Vicenza,
Padova e Verona.Se viene
coltivata nei siti giusti e viene raccolta avendo cura che
l'uva arrivi a piena maturazione, questa varietà è in grado
di produrre dei bianchi con delicati aromi di pera, ananas
e albicocca, che diventano più corposi e più gustosi quando
il vino matura.
GRECANICO
(Sicilia)
Questa varietà
siciliana fa parte della famiglia dei Greco. Si racconta
che, in tempi passati non propizi, una consistente quantità
di Grecanico abbia preso la strada del Veneto per
incrementare la produzione del suo abbastanza prossimo
cugino, il Garganega.Oggi, la varietà
si sta riappropriando del suo territorio ed è una
componente di rilievo in un certo numero di fascinosi
bianchi secchi siciliani. Oggi ne sono coltivati circa
5.000 ha e presenta alcune affinità aromatiche con il
Sauvignon, ma probabilmente quando lo si conoscerà meglio
emergeranno distinzioni più realistiche. Ha foglia media,
pentagonale, quinquelobata, piu' marcati i lobi superiori,
denti irregolari molto pronunciati, lembo un po' rugoso,
verde opaco, quasi glabro. Grappolo lungo, cilindrico,
alato, con ali piu' o meno pronunciate, semispargolo o
semicompatto con acinellatura piu' o meno evidente. Acino
medio, sferoide, di colore giallo dorato, dalla buccia
spessa e consistente.
GRECHETTO (Umbria)
l
Grechetto è un pollone della famiglia dei Greco. Sotto la
denominazione Grechetto sono compresi alcuni vitigni che
hanno caratteristiche spesso molto
diverse.Presero questo
nome perché durante il Medioevo le uve servivano a produrre
vini simili a quelli che venivano importati dal
Mediterraneo orientale. In Umbria (dove viene soprattutto
coltivato in provincia di Perugia), viene vinificato come
varietale nelle zone dei Colli Martani, Assisi, Colli del
Trasimeno e Colli Perugini, ed è una delle componenti di
molti bianchi secchi della regione, inclusi il Bianco di
Torgiano, il Montefalco Bianco e l'Orvieto. In Toscana, è
all'origine di vini varietali nelle zone doc di Cortona e
Valdichiana ed è anche una componente di alcuni bianchi
secchi.
GRECO (Campania)
Come
dimostra il nome, è un vitigno di origine greca, coltivato
soprattutto in Campania (Greco di Tufo), in Calabria (Greco
Bianco o Cirò Bianco). I vitigni Grechetto e Grecanico
mostrano molte similitudini. Nell'VIII
secolo a.C. una grave crisi dell'agricoltura, provocata in
parte da un'eccedenza demografica, costrinse parte della
popolazione greca meno abbiente a cercarsi altri territori
al di là del mare. Alcuni di questi viaggiatori approdarono
in quella che oggi è la Calabria, portandosi dietro un
carico prezioso di semi e ceppi di vite.Durante il
Medioevo, i Veneziani, che sviluppavano i loro commerci nel
Bacino Mediterraneo, crearono un mercato molto esteso di
"vini greci". Per tenere il passo con la domanda, furono
piantate vigne di Greco in tutti i porti dove i Veneziani
avevano i loro fondaci. Con il passare del tempo, le vigne
situate in queste varie aree cambiarono gradatamente le
loro caratteristiche, in base al clima e al terreno in cui
erano impiantate. È probabile, ad esempio, che il Garganega
(vitigno principale del Soave) e il Grechetto (la base di
molti bianchi toscani e umbri) provengano dalle viti del
Greco.
Per creare
maggiore confusione a livello ampelografico, la conclamata
superiorità dei "vini greci" portò a chiamare "Greco"
qualsiasi varietà locale di spiccata qualità. Dalla varietà
originale del Greco si sono sviluppate due sottovarietà: il
Greco Bianco e il Greco B. (anche noto come Greco di Tufo).
Entrambi i vitigni concorrono nella composizione di
pregevoli bianchi del sud.
GRIGNOLINO
(Piemonte)
Viene vinificato
in quasi totale purezza. Produce vini chiari e delicati. E'
un vitigno diffuso in Piemonte oggi non molto coltivato per
via della sua alternanza
produttiva (un tempo assai diffusa). ll Grignolino è un
vitigno piemontese, coltivato soprattutto nelle zone di
Asti e del Monferrato Casalese.Il nome
Grignolino (chiamato Barbesino ai tempi del Medioevo) può
derivare da grignola, un termine dialettale usato per
indicare i semi dell'uva, che in questa varietà sono più
numerosi (almeno 3) rispetto ad altre varietà. Il
Grignolino è la componente principale di tre vini a doc. Il
Grignolino d'Asti e il Grignolino del Monferrato Casalese
sono vini secchi con una gradazione minima di 11° e possono
includere piccole percentuali di Freisa nella loro
composizione. La terza doc catalogata sotto "Piemonte
Grignolino", include parte delle province di Alessandria,
Asti e Cuneo. Questo Grignolino può includere il 15% di
altri vitigni rossi nella sua composizione. Il Grignolino
non è una varietà facile da lavorare e il vino che ne
risulta ha un livello di tannino che contrasta con il
colore leggero e con il corpo.
Il Grignolino
era molto apprezzato presso la corte di Casa di Savoia.
Infatti la sua acidità e la leggera struttura ne facevano
un partner perfetto della ricca e burrosa cucina alla
francese.
GRILLO
(Sicilia)
Questa varietà è
probabilmente di origine pugliese. Si fece strada verso la
Sicilia come vite di rimpiazzo, in conseguenza
dell'epidemia di fillossera della fine del XIX secolo.
Intorno agli anni '30 costituiva circa il 60% delle viti
dell'isola. Questa quota si ridusse a circa 17.400 ettari
negli anni '50.Oggi, conta poco
più di 6.000 ettari e la sua zona di produzione è per lo
più confinata all'area sul lungomare tra Marsala e Trapani.
Il Grillo viene usato come componente nel Marsala e viene
anche mischiato con altre varietà per produrre seducenti
bianchi secchi. Il vitigno del Grillo ha un alto tasso
zuccherino e, come ogni affermata varietà bianca siciliana,
produce vini con un buon corpo, che possono continuare ad
evolversi per 3-4 anni.
GROPPELLO
(Veneto)
E'
un antico e rispettabile vitigno oggi limitato nelle zone
della riviera del Garda. Entra nella vinificazione del
Chiaretto doc e di molti altri vini da tavola. Degna base
di alcuni rossi della Lombardia.
INZOLIA
(Sicilia)
E'
un vitigno bianco, tipico siciliano. Serve nella
preparazione di vini secchi da tavola dal carattere deciso
come Corvo, il Regaleali ed il Marsala. Conosciuta
come
Ansonica in Toscana. Il vino che si ricava è fruttato,
secco, strutturato e molto piacevole. Si ritiene che questa
varietà sia originaria della Sicilia, che rimane tuttora il
suo feudo. In passato veniva principalmente usata nella
composizione del Marsala oppure veniva commercializzata
dove era necessario aggiungere alcol e corpo a vini di
altre regioni. In anni recenti, i produttori siciliani
hanno cominciato ad apprezzare il potenziale della varietà
nella produzione di bianchi affascinanti.
Pertanto ora la
maggior parte dei produttori offre un Inzolia varietale o
un Inzolia rafforzato con piccole quantità di Chardonnay,
Grillo, Catarratto, Grecanico o Sauvignon blanc. L'Inzolia
è molto sensibile al clima e quelli che crescono in siti
elevati tendono ad essere chiaramente erbacei. In Toscana
l'Inzolia è più nota come Ansonica. Proprio in questa
regione in passato era rilevante l'importazione di queste
uve.
Al di là del bianco secco, viene anche prodotta una
versione passito nell'isola d'Elba. Le uve per questo vino
vengono appassite per almeno una settimana, prima di venire
spremute e fermentate.
KERNER
(Alto
Adige) Kerner (Alto
Adige) Nato dall'incrocio tra Schiava grossa o Trollinger
con Riesling renano clone We S 25/30, nel 1969 da A.
Herold. Originario quindi della Germania, trapiantato in
Italia, Trentino Alto Adige, nel 1981.
Caratteri
Ampelografici: foglia medio-piccola, pentagonale,
pentalobata - grappolo piccolo, conico, corto alato e
spargolo - acino medio-piccolo, sferico con buccia sottile
e tenera di colore verde-giallo.
Caratteristiche del vino: se ne ricava un vino simile al
Riesling renano, ma più caldo e meno fresco, con un sapore
più duro. Viene utilizzato sia in uvaggi che in
purezza.
LACRIMA DI MORRO D'ALBA (Marche)
Questo Lacrima
non ha niente a che fare con il Lacrima Christi del Vesuvio
che alligna in Campania (fatto con una miscela di
Piedirosso, Sciascinoso e l'opzione di Aglianico). Questo
vitigno è invece una varietà rossa peculiare delle colline
che circondano la città di Morro d'Alba nelle Marche, a
nord-ovest di Ancona. Viene chiamato Lacrima per via del
succo che trasuda dagli acini quando sono
maturi.La doc, concessa
nel 1985, ha virtualmente salvato questo vitigno piuttosto
raro dall'estinzione e, sicuramente, gli ha dato una nuova
vita. Da appena 1 ettaro (nel 1985) la sua area coltivata è
arrivata a circa 102 (nel 2000), mentre la piccola schiera
di produttori entusiasti di questo vino continua a
crescere. Questi ultimi stanno sperimentando la macerazione
carbonica e la vendemmia tardiva, riducendo in
vinificazione il contatto con le bucce, nonché
l'appassimento.
LAGREIN (Alto
Adige) Il Lagrein
prospera in Trentino e nell'Alto Adige, dove è protagonista
principale in due doc nel Lagrein Dunkel (o Lagrein scuro),
un bel vino strutturato rosso dal colore profondo con
potenzialità di invecchiamento, e nel Lagrein Kretzer (o
Lagrein Rosato), un delicato rosé, destinato a essere
bevuto giovane. Quando viene invecchiato per almeno due
anni, il Lagrein Dunkel può essere etichettato riserva,
mentre quando il Lagrein viene prodotto nelle vigne del
comune di Bolzano, può essere etichettato Lagrein di Gries
(Grieser Lagrein o Lagrein aus Gries). Il nome di questa
varietà derivi da Lagara, una colonia della Magna Grecia
famosa per la qualità dei suoi vini. Il Lagrein ha bisogno
di molta attenzione e che teme le avversità
metereologiche.
LAMBRUSCO
(Emilia)
Sebbene di
origine antichissima, il Lambrusco ha sempre stentato ad
essere ben conosciuto ed apprezzato fuori dalla sua zona di
produzione, cioè nelle province
di Reggio Emilia e di Modena. Vino dalla spuma vivace con
sentore di violetta. I Romani chiamavano le viti selvatiche
che crescevano ai margini (labrum) dei campi coltivati
(bruscum) labrusca vitis. Con il tempo il nome diventò
Lambrusco e l'appellativo si riferisce a una famiglia di
viti, coltivate soprattutto nell'Italia del
nord.Le più
importanti di queste viti, in termini di produzione di
vino, sono il Lambrusco di Sorbara, il Lambrusco Salamino
(così chiamato perché si dice che i suoi grappoli
assomiglino a dei salami) e il Lambrusco Grasparossa (così
chiamato per il suo graspo rosso). Dei tre, il Lambrusco di
Sorbara produce il vino più leggero e gustoso, con dolci
sfumature di succo di lampone. Nel naso c'è chi scopre le
viole e, sul palato, aromi di fragole e ciliegie. Il vino
fatto con il 100% di Lambrusco Salamino ha un colore scuro,
quasi un porpora opaco con una vivace schiuma viola, aromi
di frutta selvatica e corpo medio. Il Lambrusco Grasparossa
è rubino, con schiuma color ciliegia.I suoi aromi
sono più ampi e i meno precisi dei tre. Si possono fare
vini con ciascuno di questi tre vitigni presi da soli
oppure mescolandoli con altre sottovarietà del Lambrusco,
come il Lambrusco Marani, il Lambrusco Maestri e il
Lambrusco Ruberti. Andrea Bacci (1524-1600), archiatra di
papa Sisto V e autore di uno dei trattati più importanti
sui vini italiani ed europei, il De Naturali Vinorum
Historia, è stato veramente il primo a notare le differenze
presenti nelle zone di produzione del Lambrusco. Egli
afferma: "Sulle colline di fronte alla città di Modena
vengono coltivate delle viti di Lambrusco, i cui grappoli
bianchi e rossi producono vini speziati e fragranti, che
fanno una schiuma deliziosa quando vengono versati nel
bicchiere".
Le vigne della
provincia di Modena tuttora continuano a produrre i vini
più pregiati. Tra questi la doc Lambrusco di Sorbara. Il
vino, composto con un minimo del 60% di Sorbara e un
massimo di 40% di Salamino, è di pronta beva. Il Lambrusco
di Grasparossa di Castelvetro (fatto con un minimo dell'85%
del vitigno omonimo) è il più fortemente aromatico e
concentrato. Il Lambrusco Salamino di Santa Croce (fatto
con un minimo del 90% del vitigno omonimo) può invece
tenere fino a cinque anni grazie alla sua struttura. Tutti
questi vini vengono prodotti nelle versioni rossa e rosé.
La doc Reggiano Lambrusco si trova in provincia di Reggio
Emilia e tutela tutte le varietà di vini che si possono
ottenere dai vari vitigni di Lambrusco: bianchi spumanti,
rossi e rosé. In Lombardia si produce il Mantovano
Lambrusco doc. Si tratta di un vino leggero e fruttato, sia
rosso che rosé, fatto con varie sottovarietà di Lambrusco.
Il Lambrusco tradizionale era un vino del tutto secco, la
cui spuma veniva prodotta con una seconda fermentazione in
bottiglia, proprio come per lo Champagne. I progressi
tecnologici degli anni '60 hanno radicalmente cambiato il
modello del Lambrusco. Con l'introduzione del metodo
Charmat per i produttori divenne possibile aumentare
drasticamente la quantità e rendere il vino dolce. È stato
questo il modello, prodotto a livelli industriali, che,
alla fine degli anni '70 e nei primi anni '80, ha
letteralmente invaso gli Stati Uniti, dove è stato promosso
come una specie di Coca Cola italiana. All'apice del suo
maggiore successo, il Lambrusco rappresentava circa il 50%
dei vini italiani importati negli Stati Uniti.
Il rappresentante di un'importante società vinicola di
Modena mi ha detto: "Negli anni '80 per noi in America
contavano solo gli affari: qualsiasi cosa frizzante con il
nome di Lambrusco sull'etichetta vendeva da matti. Il
Lambrusco non veniva più ritenuto un vino, ma una specie di
bibita". Ma, negli anni '90, gli amanti del vino divennero
più attenti e si diedero come motto: "Meno, ma meglio". E
"meglio", nel caso del Lambrusco, significò fresco e
fruttato piuttosto che dolce; una struttura ben definita
piuttosto che l'inconsistenza amorfa di una bevanda di
massa.
I produttori dell'Emilia Romagna, negli ultimi anni, hanno
ammesso che era necessario tornare alle radici producendo
vini più secchi e meglio strutturati. Questi vini sono
ottimi e ideali da pasto. Disgraziatamente, la maggior
parte dei Lambrusco migliori non vengono ancora esportati.
Vale tuttavia la pena di andarli a
scovare.
MAGLIOCCO
(Calabria)
Il
Magliocco è un'antica varietà calabrese e viene soprattutto
coltivato nelle province di Cosenza e Catanzaro. Alcune
volte le uve di questo vitigno vengono usate per aggiungere
corpo e struttura a vini locali. Il Magliocco è stato
riportato in vita dalla società Librandi, che ha iniziato a
ricercare e propagare antiche varietà indigene nel 1988. La
sperimentazione si è espressa in un vino a base di
Magliocco al 100%. Questo rosso fermentato in barrique,
vendemmiato per la prima volta nel 1995, ha un buon
potenziale d'invecchiamento. C'è notevole confusione tra il
Magliocco e il Gaglioppo, il celebre vitigno calabrese che
sta alla base del Cirò che qualcuno in regione continua
achiamare "Magliocco" o "Mantonico nero", ma in realtà si
tratta di due varietà distinte.
MALVASIA
DELLE LIPARI (Sicilia)
Con
il nome Malvasia vengono indicati molti vini, la maggior
parte bianchi, sparsi un po' ovunque nel territorio
italiano. Sebbene questi vini vengano originati da diversi
cloni e biotipi, tutti tendono a condividere alcune
caratteristiche: infatti presentano, con diversi gradi di
intensità, una fragranza piccante di muschio e di albicocca
e alti residuati zuccherini. Queste caratteristiche rendono
il Malvasia particolarmente adatto alla produzione di
spumanti e di passiti.
La Malvasia
delle Lipari è una sottovarietà di Malvasia bianca che è
stata portata alle Lipari o Isole Eolie (l'arcipelago
vulcanico della costa nord-orientale della Sicilia) dai
Greci. La varietà era in declino, quando nel 1963 Carlo
Hauner, designer e pittore, arrivò sull'isola di Salina
come turista. Fu così colpito dalla bellezza del posto che
vi si trasferì. Ed è stato in gran parte Hauner, scomparso
negli anni '90, a dare nuova vita alle vigne e fama a
questo vino.Dalle uve
fresche si ricava un piacevole vino bianco secco, ma è la
Malvasia di Lipari Passito, fatta con uve appassite al sole
ad avere maggiore fama. Questo passito, che ha una
gradazione alcolica minima di 18°, ha un deciso e
allettante sapore che oscilla tra le nocciole, le
albicocche essiccate e i fiori di campo. Viene anche
prodotto un tipo liquoroso, che ha una gradazione alcolica
minima di 20°.
MALVASIA DI CANDIA (Lazio)
Questa
sottovarietà viene coltivata soprattutto in Lazio e, a
livelli minori, in Emilia Romagna, Umbria, Toscana e
Liguria. Nel Lazio le uve sono la componente principale
(insieme al Trebbiano Toscano) di vini doc come: il
Castelli Romani Bianco, il Cerveteri Bianco, il Circeo
Bianco, il Colli Albani, il Colli della Sabina e il Cori
Bianco.Inoltre è anche
una componente del vino più diffuso del Lazio: il Frascati.
Di quest'ultimo vino, oltre che la versione secca, esiste
anche una versione semidolce (amabile) e dolce (canellino).
Quando il Frascati raggiunge la gradazione minima di 11,5°,
può essere etichettato superiore. Se il vino viene
imbottigliato prima del 31 dicembre dell'anno di vendemmia,
viene chiamato novello. E non dimentichiamo il Frascati
spumante!
MALVASIA ISTRIANA (Friuli)
Il
termine Malvasia deriva da una variazione contratta di
Monembasia, una roccaforte bizantina, abbarbicata sulle
rocce di un promontorio posto a sud del Peloponneso. La
roccaforte era collegata con la terraferma da un'unica
strada che portava all'entrata principale della città e il
suo nome, Monembasia, alla lettera significa "un unico
punto di ingresso". I Veneziani vi approdarono nel 1248 e
stabilirono un accordo commerciale con la gente del posto,
che permise loro di vendere i vini dolci che si producevano
nella zona in tutta Europa con il nome di Monemvasia. Gli
stessi Veneziani portarono poi il vitigno Monemvasia prima
a Creta e più tardi in Italia, e incoraggiarono la sua
coltivazione in tutto il bacino Mediterraneo. Il vino fatto
con questa varietà era un prodotto estremamente popolare,
tanto che Venezia pullulava di osterie, chiamate Malvase,
consacrate al consumo di questo vino.
La Malvasia
istriana è una sottovarietà che viene principalmente
coltivata in Friuli Venezia Giulia, mentre la versione
secca della Malvasia viene prodotta in tutte le zone
tutelate dalla doc della regione. In tutti questi vini, si
distingue un chiaro sentore di mandarino tipico del
vitigno.
MALVASIA NERA (Lazio e resto
d'Italia) E' il nome di
una vasta gamma di vitigni dell'Europa del Sud (che possono
essere sia bianchi che rossi). Le varietà bianche sono
coltivate in tutta Italia, specialmente nel Lazio
(Frascati, Est Est Est …). Vitigni con questo nome
si trovano in tutte le regioni, usati per
vini secchi e dolci, tranquilli e frizzanti. Il termine
Malvasia deriva da una variazione contratta di Monembasia,
una roccaforte bizantina, abbarbicata sulle rocce di un
promontorio posto a sud del Peloponneso. La roccaforte era
collegata con la terraferma da un'unica strada che portava
all'entrata principale della città e il suo nome,
Monembasia, alla lettera significa "un unico punto di
ingresso".I Veneziani vi
approdarono nel 1248 e stabilirono un accordo commerciale
con la gente del posto, che permise loro di vendere i vini
dolci che si producevano nella zona in tutta Europa con il
nome di Monemvasia. Gli stessi Veneziani portarono poi il
vitigno Monemvasia prima a Creta e più tardi in Italia, e
incoraggiarono la sua coltivazione in tutto il bacino
Mediterraneo. Il vino fatto con questa varietà era un
prodotto estremamente popolare, tanto che Venezia pullulava
di osterie, chiamate Malvase, consacrate al consumo di
questo vino.
Le sottovarietà di Malvasia Nera sono: Malvasia di Casorzo,
Malvasia di Schierano nero, Malvasier, Malvasia nera di
Brindisi, Malvasia nera di Basilicata, Malvasia rosa
RS.
MARZEMINO
(Trentino)
Coltivato in
Trentino è di origine austriaca. Vinificato con altre uve
produce vini rossi dal gusto secco, vivaci e
rustici. Il Marzemino
sembra che abbia fatto la sua comparsa nelle vigne intorno
alla città di Padova, per poi espandersi in Veneto,
Lombardia, Trentino, Friuli ed Emilia. La varietà viene
immancabilmente collegata a Mozart, che si pensa abbia
avuto una grande passione per questo
vino.Quello che è
certo è che il suo librettista, Lorenzo da Ponte, si è
beato di questo vino al punto di citare l'eccellente
Marzemino nel Don Giovanni. Il Marzemino viene prodotto
nelle versioni secco, spumante e passito. Il migliore
esempio di quest'ultimo stile è il Refrontolo Passito, che
viene fatto con un minimo del 95% di Marzemino, coltivato
nella zona dei Colli di Conegliano in un'area che comprende
i comuni di Refrontolo, Pieve di Soligo e San Pietro di
Feletto. Sul palato questo vino, che ha una gradazione
minima di 15°, è molto morbido e pieno di ciliege dolci e
mature. A livello locale viene servito da solo a fine
pasto.
Nel Veneto ci
sono altre due zone di produzione del Marzemino: il
Marzemino di Breganze ha un corpo relativamente pieno,
mentre il Marzemino del Garda è leggero e delicato. Quando
ha una gradazione minima di 11,5° ed è stato invecchiato
per due anni, può essere etichettato "riserva". Si pensa
che possa dare il suo meglio a due o tre anni dalla
vendemmia. In Emilia Romagna, nella zona dei colli di
Scandiano e di Canossa, il Marzemino viene per lo più
trattato come il Lambrusco, con la produzione di vini che
sono spesso leggermente dolci e frizzanti.
In Lombardia il Marzemino (qui noto come Barzemino) è
presente per circa il 30% nel Cellatica doc. Da citare
anche il Marzemino bianco, di origine francese, proviene
dalla Borgogna, da dove si è ben presto diffuso in
Germania, Austria, Svizzera e Italia (Vicenza, Trentino e
altre zone del Veneto) come uva da
tavola.
MONICA
(Sardegna)
Non
si hanno notizie certe riguardo alla sua origine. Sarebbe
stato introdotto in epoca remota dai Mori. Più probabile
appare invece la teoria che vuole il vitigno Monica
provenire dalla Spagna; sviluppatosi inizialmente
nell'algherese venne poi diffuso nel resto dell'Isola ad
opera dei monaci camaldolesi. Quest'ultimo evento sarebbe
alla base della denominazione del vitigno. Il vitigno
Monica è il più diffuso in Sardegna, in pratica si trova
ovunque con le sue ovvie differenze qualitative. La DOC fa
una distinzione fra il Monica di Sardegna e il Monica di
Cagliari. La zona di maggior produzione è compresa fra
Cagliari, Iglesias ed Oristano ed è considerato il più
rappresentativo fra i vitigni rossi.
MOSCATO
BIANCO (Sardegna)
Il
Moscato è uno dei vitigni più diffusi e caratterizzati di
tutta l'Europa vinicola. Tra i tanti suoi diversi cloni, in
Sardegna è diffuso da tempo immemorabile il ";Moscato
Bianco";, la cui presenza puo' essere fatta risalire
all'epoca dell'occupazione romana. Qui, nel corso dei
secoli e con il concorso dei diversi terreni e delle
differenti condizioni pedoclimatiche, le sue
caratteristiche si sono differenziate dal ceppo
continentale originario. Nell'ambito delle diverse aree
geografiche dell'Isola, hanno origine vini ben
differenziati: Moscato di Sardegna, Moscato di Cagliari,
Moscato di Sorso-Sennori.
MOSCATO
D'ASTI (Piemonte)
E'
sicuramente una delle varietà più pregiate ed antiche del
mondo. Il vitigno è famoso soprattutto perché dà vita al
famoso vino spumante (ma anche a vini dolci liquorosi).
Originario del Piemonte, un tempo veniva anche utilizzato
come base per i vermouth.
MONTEPULCIANO
D’ABRUZZO (Abruzzo)
Varietà scura
dominante in Abruzzo, che sta guadagnando favore anche in
altre regioni per i buoni
varietal ed in uvaggi. Dal Montepulciano si ricava un vino
strutturato, ricco di colore, profumo fruttato. Ha origine
in Abruzzo, nel XIX secolo, si è diffuso in Puglia, nelle
Marche e nel Lazio. Il Montepulciano è una vite che dà vini
fruttati con tannini naturalmente morbidi. Il buon livello
di alcool e di estratti conferisce al vino una potenzialità
persino più grande del Sangiovese, perché ne nascono vini
gradevoli al palato capaci di porsi ad alto livello nello
scenario enologico nazionale ed internazionale.
Il Montepulciano occupa circa la metà del terreno coltivato
a vite in Abruzzo ed è la base di quasi tutti i rossi a doc
della regione. L'area di produzione è estremamente vasta e
comprende siti collinari o altopiani in tutte le quattro
province. Il paesaggio vitato va dai picchi nevosi del Gran
Sasso per scendere attraverso le colline fino alle coste
del Mare Adriatico. Nella zona montagnosa il suolo è per lo
più di roccia calcarea, mentre in quella collinare è invece
argilloso-calcareo e sabbioso. Il clima è generalmente
mite, con dolci brezze che arrivano dal mare. Il
Montepulciano d'Abruzzo viene fatto con almeno l'85% del
vitigno omonimo, ha una gradazione minima di 11,5° e deve
essere invecchiato per almeno cinque mesi. Quando raggiunge
i due anni d'invecchiamento e con una gradazione alcolica
minima di 12°, il vino può essere etichettato riserva. La
versione rosé di questo vino viene chiamata Cerasuolo.
NASCO
(Sardegna)
Già
conosciuto in epoca romana, questo vitigno a bacca
bianca deriva il suo nome dal latino "muscus" ovvero
"muschio", per via del caratteristico aroma avvertibile
specialmente nell'uva matura e nel vino invecchiato.La sua
diffusione, limitata all'entroterra di Cagliari,
avvalorerebbe l'ipotesi di una sua introduzione attraverso
l'approdo di Karalis. Mediamente vigoroso e produttivo,
esprime le sue migliori caratteristiche su terreni
piuttosto sciolti, in aree a clima caldo e asciutto, dove
esprime una mediocre resistenza alle avversità climatiche
ed ai principali patogeni. Attualmente la sua coltivazione,
ridotta a pochi ettari, è circoscritta alle aree viticole
di alcuni Comuni in provincia di Cagliari, dove è alla base
della DOC Nasco di Cagliari, prodotto nelle province di
Cagliari e Oristano. Il vino che se ne ricava è liquoroso,
di colore giallo dorato, con delicati aromi di moscato e di
mandorla amara, di media struttura, con fin di bocca
piacevolmente amarognolo.
NEBBIOLO
(Piemonte)
E'
uno dei vitigni più antichi: risale al 1200. E' il nobile
progenitore dei più grandi rossi piemontesi - Barolo,
Barbaresco, Gattinara - e di una schiera di altri vini in
Piemonte, Lombardia (Valtellina) e Val d'Aosta. Si vinifica
in purezza. E’ un simbolo della viticoltura
italiana. Il Nebbiolo è senza dubbio una delle uve
autoctone italiane più aristocratiche e conosciute. Sebbene
alcuni sostengano che il Nebbiolo abbia avuto origine nelle
zone collinose intorno alla città di Alba, documenti
recenti risalenti al 1200 già lo vedono citato lungo la via
Francigena che da Torino, attraverso la valle di Susa,
saliva fino al Monginevro. La presenza di tanti monasteri
aveva favorito la coltura della vite poiché il consumo di
vino dei viandanti era considerevole. Molto spesso
commercianti e pellegrini che qui transitavano portavano
con sé, quali merci di scambio, barbatelle di viti: tra
queste, molto probabilmente, anche quelle di nebbiolo. E'
un'uva tardiva che viene raccolta verso metà Ottobre o
anche a Novembre, quando la nebbia autunnale percorre le
valli; proprio per questo si ritiene che l'origine del nome
Nebbiolo derivi da nebbia. Il Nebbiolo è una varietà
sensibile ed estremamente esigente in termini di ambiente,
terreno e clima. Richiede zone elevate, siti non troppo
aridi e una buona esposizione. Le zone in cui viene
coltivato con successo si trovano nelle regioni più a nord
dell'Italia: in particolare il Nebbiolo collinare viene
ottenuto in Piemonte, mentre il Nebbiolo di montagna cresce
in Valle d'Aosta e in Lombardia (Valtellina). Il Nebbiolo è
il più importante vitigno rosso del Piemonte ed è la
componente primaria in quattro docg della regione. Le vigne
più famose sono oggi in Langa, dove i il terreno è in
massima parte calcareo, con aggiunte variabili di sabbia e
creta. E proprio questa la zona dove vengono prodotti i
mitici Barolo e Barbaresco!
NEGROAMARO
(Puglia)
Varietà della
Puglia che domina i grandi rossi della penisola salentina e
del Sud. Di origine greca, per troppo tempo, purtroppo,
considerato soltanto vino da taglio.
NERELLO
MASCALESE (Sicilia)
Vitigno
siciliano di pregio. La designazione
Nerello riguarda una vasta famiglia di vini siciliani. Il
Nerello Mascalese è una sottovarietà, che si pensa abbia
avuto origine sulle pendici vulcaniche dell'Etna nella
nella piana di Mascali. Negli anni '50 questo vitigno
veniva coltivato nelle province di Messina e di Catania.
Negli anni '80 si era diffuso per tutta la Sicilia,
diventando la seconda varietà più piantata (dopo il Nero
d'Avola).Le sue uve
vengono raramente vinificate da sole, ma sono una
componente importante di molte doc della regione. Oggi il
Nerello mascalese è un complesso di popolazioni clonali
assai eterogenee, la cui resa è fortemente condizionata dal
versante in cui è coltivato, dal sistema di allevamento (le
rese, inversamente proporzionali alle qualità
organolettiche e alla concentrazione degli acini, si alzano
utilizzando nell’ordine alberello, controspalliera e
tendone), dalla densità dell’impianto e dalle
pratiche colturali impiegate. Allevato ad alberello,
difficilmente produce più di 70 quintali per
ettaro.
NERO
D’AVOLA (Sicilia)
C'è
una seducente selvatichezza in certe varietà autoctone
italiane, che le rende decisamente più interessanti
rispetto ai vigneti classici diffusi in tutto il mondo. I
loro aromi sono autentici e irripetibili, ma sempre in
evoluzione: echi e suggestioni si accavallano e si danno il
cambio sul palato con allettante
eleganza.Il Nero d'Avola
è uno di questi protagonisti. La sua fragranza è sempre
gradevole, con sfumature di mirtillo che si fondono con i
toni più decisi delle bacche selvatiche. I suoi tannini
sono soffici e il suo corpo morbido. Come tutte le varietà
più eleganti dei vitigni autoctoni, il Nero d'Avola è in
grado di soddisfare tutti i desideri del suo vinificatore.
Se quest'ultimo cerca una soluzione giovane che sia
appagante, il Nero d'Avola gliela darà. Se invece
s'immagina di fare un vino leggiadro con potenzialità
d'invecchiamento, il Nero d'Avola non lo deluderà. Giacomo
Tachis, wine-maker appassionato di tutto ciò che è
siciliano, ha descritto in più riprese il Nero d'Avola come
il Barone, il Principe, il Re, l'Imperatore della
viticoltura siciliana.
Questo vitigno
viene coltivato quasi esclusivamente in Sicilia, dove viene
vinificato da solo o insieme ad altri. In assemblaggio è
sempre più associato a Cabernet, Merlot, Sangiovese o Syrah
per fare vini eccezionali e pieni di fascino, molti dei
quali non fanno parte di alcuna doc. Il potenziale del Nero
d'Avola ha attratto l'attenzione di produttori di altre
regioni, che hanno cominciato ad investire nelle vigne
siciliane, con l'intenzione di produrre vini gradevoli a
basso e medio prezzo.
C'è oggi la tendenza a pensare ai grandi vini in termini di
potenza, imponenza, forza muscolare e pungente
aggressività. È perciò un piacere genuino assaggiare un
vino come questo, che riporta alla mente parole a lungo
trascurate come razza, fascino e classe. È utile ricordare
agli amanti del vino che la longevità e la struttura non
devono essere appesantite da gravosi tannini e dalle
sensazioni opprimenti della barrique.
Oggi, molti produttori hanno scelto di fare vini morbidi,
ma longevi con tutto il 100% di Nero d'Avola. Inoltre, i
viticultori di tutta la Regione stanno esplorando il modo
in cui le differenze relative al sito, al terreno e ai
metodi di allevamento possono incidere sullo sviluppo di
questo vitigno, mentre i vinificatori stanno sperimentando
varie possibilità di vinificazione e di invecchiamento.
Questa varietà è la componente di una ventina di vini
siciliani a doc.
NIEDDERA
(Sardegna)
Il
nome sta ad indicare un vitigno dalla buccia scura, in
grado di dare origine a vini fortemente colorati. Nulla si
sa di certo su questa antica varietà sarda, anche se,
secondo alcuni autori, il Nieddera sarebbe un particolare
biotipo di Carignano. Il Nieddera è diffuso in pochissimi
esemplari nelle zone di Cagliari, Nuoro ed Oristano. Viene
utlizzato per la produzione di un vino di eccellente
qualità il Valle del Tirso IGT Nieddera rosato della Casa
Vinicola Contini.
NOSIOLA
(Trentino)
E'
il più antico vitigno bianco del Trentino. Di colore
giallo, a volte molto intenso e tendente al verde, ha un
gusto piacevolmente fresco, fruttato e leggermente
aromatico. La Nosiola è
una varietà autoctona italiana che trova la sua zona di
ori